Oniriche vittorie - racconto tratto dalla raccolta

 "Secchi d'acqua" di Dario Rosselli

 

 Oggi sono pronto. Oggi vinco io, me lo sento.


 Ho fatto tutto quel che dovevo per preparami al meglio. Ho sudato, dentro e fuori

 dall’acqua, ho patito il freddo, il caldo, la fame, la fatica, i dolori muscolari e persino

 la noia dei lunghi allenamenti senza poter scambiare una parola. Ho sofferto tutto

 questo ed altro ancora, però oggi sento d’avere le sensazioni giuste. Sento l’odore

 della vittoria.

 Il cielo stamattina è coperto. Fa freddo. È giugno ma sembra tornato l’inverno.

 Un vento leggero mi soffia in faccia l’aria gelida di questa domenica. L’acqua sarà

 calda, lo so già, ma per il momento saperlo non mi conforta. Il contrasto fa si che lo

 specchio d’acqua della piscina sia coperto da una coltre di vapori che si levano

 fumanti nascondendo quasi le corsie galleggianti. Scure nubi ci sovrastano e

 ingrigiscono gli spalti già gremiti, mentre lungo i bordi, un viavai d’atleti e allenatori

 scandisce il susseguirsi delle gare. 

 Magari oggi sarebbe stato meglio gareggiare all’interno, nella piscina coperta, ma

 ormai tutto è organizzato qui fuori e non ci si può più spostare.

 Ho guardato in alto, verso il monte ed ho scorto il castello tra un banco di cirri

 carichi di pioggia. Speriamo che tengano, la pioggia non mi piace, soprattutto oggi.

 Ma il mio sguardo voleva andare anche oltre, al di là del castello,sull’altro versante.

 Lì c’è la Santuzza ed oggi avrei proprio bisogno di lei. Vorrei che fosse il suo di

 sguardo a posarsi su di me, anche solo per un attimo. Non voglio un miracolo, mi

 basta la sua benedizione. Ma oggi è domenica, e chissà se da lassù sta guardando

 questo sputo celeste, ed in esso, me. Magari ha lo sguardo spostato più a destra e

 controlla quel catino affollato dove in quarantamila incitano ventidue ragazzi in

 calzoncini corti che sudano e faticano proprio come me, e rincorrono un pallone

 che adesso sta viaggiando forte verso l’incrocio dei pali. C’è un uomo a difesa di

 quei pali, ed è proteso in volo, col braccio allungato, convinto d’arrivare a bloccarlo

 prima che finisca in rete. Ce n’è un altro, invece, colui che ha scagliato il pallone

 verso quell’angolo con tutta la forza che ha potuto, che ora lo guida con gli occhi e

 vorrebbe che facesse in fretta ad infilarsi in quella rete. Ah, quanto vorrebbero

 entrambi che venisse esaudito quel loro desiderio! E certo lei ne sarebbe capace,

 le basterebbe alitare un rivolo di vento per decidere a favore dell’uno o dell’altro,

 ma proprio questo potrebbe trattenerla, è una Santa non un ultras. Perciò potrebbe

 guardare da un’altra parte, lì dove la terra è rossa e farinosa ed un pubblico

 silenzioso sposta continuamente la testa da destra a sinistra e viceversa. Chissà se

 adesso prenderà a cuore quel lob liftato così ben giocato ma che rischia d’uscire

 d’un niente e che, invece, con la sua benedizione ricadrebbe leggero sulla linea.


 Ma tant’è, con o senza la sua benedizione, tra poco tocca a me. Sono concentrato.

 Ho fatto i miei esercizi di respirazione ed ho scaldato i muscoli. 


 Comincio il mio rito pagano. L’adrenalina entra in circolo. Depongo i miei oggetti.

 Prima l’orologio, poi il braccialetto, infine sfilo la fede e la stringo nel pugno: sto

 salutando la mia famiglia, mia moglie, i miei bambini. So che sono là, sugli spalti,

 ma non li cerco, non cerco il loro sguardo, non ora. 

 Indosso gli occhialini, poi faccio aderire la cuffia alla testa in modo che non si

 formino increspature. Il mio costume intero comprime muscoli e fiato. L’adrenalina

 sale ancora. Inspiro profondamente e libero le farfalle che ho nello stomaco.

 Vibra il mio corpo carico di speme. 

 Dall’altoparlante risuona il mio nome: è il momento. Tolgo l’accappatoio ed un

 pizzico gelido mi fa rabbrividire. Mentre il blocco di partenza mi richiama a sé, sento

 distintamente l’applauso della folla. S’accavallano gl’incitamenti. Ognuno ha il suo

 atleta da sostenere, ma oggi il più forte sono io.

 Piegato sul blocco, tendo i muscoli alla spasmo. Lo start è un suono secco, ed io

 volo. Ho spinto con tutte le mie forze per immergermi in quella nebbia. Un liquido

 trasparente mi bagna e di colpo il silenzio. Un silenzio assoluto. Niente urla, niente

 applausi, nessun suono, solo silenzio. Riaffioro velocemente mentre le mie braccia

 già mulinano vortici d’acqua e le gambe spingono forte, tanto forte da farmi male.

 Una scia s’allarga dai miei fianchi. Sono veloce, lo sento. L’acqua mi scivola sul

 petto, quasi non fa in tempo a bagnarmi. La foschia mi nasconde gli avversari. Non

 importa, non m’interessa vedere dove sono, voglio solo fare presto e appoggiare

 per primo la mia mano sul traguardo. Una striscia nera mi guida: io sono per lei, lei

 è per me. Ci sono quasi, ancora poche bracciate in apnea. Mi manca l’ossigeno, ne

 sento il bisogno, ma ormai sto arrivando e non posso perdere tempo per respirare.

 Lo farò dopo, ah se lo farò! Toccata la piastra spalancherò la bocca e lascerò

 entrare l’aria nei polmoni. Sentirò il sapore di quell’aria che diverrà dolce, quasi

 liquida, certamente più umida dell’acqua che mi circonda, ma adesso ancora un

 piccolo sforzo… Ci sono! L’ho toccata! Guardo velocemente a destra, poi a sinistra.

 Nessun altro è ancora arrivato, sono il primo, ho vinto! Sono felice. Non sento

 ancora l’applauso della folla, ma non ci faccio caso. Voglio veder arrivare i miei

 avversari, così mi giro, però non li vedo. Improvvisamente un vento di scirocco

 spazza in superficie la piscina e porta via la nebbia. Le nuvole nel cielo sono

 sparite ed un caldo sole illumina la scena. I miei avversari non ci sono. Nessuno

 nuota nelle altre corsie. Gli spalti sono vuoti. Non v’è alcuno a bordo vasca. Adesso

 il silenzio grida. Immergo la mano e la chiudo a pugno ma l’acqua scivola via e

 quando la riapro sul palmo non c’è nulla, nemmeno una goccia, così mi attacco al

 bordo e mi isso a forza fuori dalla vasca. Sfilo il costume dal petto e sono asciutto.

 Mi volto, do le spalle alla piscina e m’incammino per uscire. Non me n’ero reso

 conto ma sono vestito come quando ero arrivato stamattina. Il mio passo è lento e

 sordo come una moviola. Prima di varcare la porta d’uscita m’arresto e mi volto a

 guardare, prima l’impianto, completamente vuoto, poi in su verso il castello ed oltre

 verso la Santuzza. Abbozzo un sorriso d’intesa e finalmente sento fortissimo

 l’applauso.


 Lo sapevo che oggi vincevo io...
 

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