LA FINALE
racconto di Marco Pomar
Era il millenovecento novanta.
O il novantuno.
O forse il novantadue, chissà.
Io con gli anni sono stato sempre una frana. Sono abituato a contarli attraverso le donne. Quella era l’estate di Anna. Me lo ricordo perché era in tribuna, e con le sue amiche aveva preparato uno striscione con su scritto “Giorgio, facci sognare”.
Non vi racconto gli sfottò dei compagni di squadra.
Io volevo fare bella figura con Anna, e anche con le sue amiche. Specialmente con Daniela.
Uno spettacolo Daniela.
Ma questa è un’altra storia.
Ci giocavamo il campionato in una partita, col nostro mister che sembrava si giocasse la coppa dei campioni. In fondo era il campionato regionale della nostra categoria. Io ho sempre pensato che le cose debbano avere il loro giusto peso. Insomma una finale juniores è una finale juniores, non la disfida di Barletta.
A me, per esempio interessava di più Anna che non la finale.
Forse anche Daniela la preferivo alla finale. Se l’avesse saputo il mister avrei chiuso con la squadra e con la pallanuoto.
Non lo seppe mai, ma questo non gli bastò per diventare un grande allenatore. Una sera che uscimmo con la squadra per una di quelle pizzate dove si parlava solo di sesso e si facevano battute sconce, appena restammo soli, il mister, ciucco al punto giusto, mi raccontò che la sua aspirazione era raggiungere la serie A, e forse un giorno anche la nazionale. Poi si mise a piangere sulla mia spalla raccontandomi una storia strana di una donna rumena che aveva un suo figlio che gli aveva portato via. Io avevo sedici anni, e non sapevo bene cosa fare, ma non volevo deluderlo. Stavo ad ascoltarlo e non vedevo l’ora che mi riaccompagnasse a casa dove mio padre mi aspettava sveglio e incazzato.
Ma anche questa è un’altra storia.
Guardavo la tribuna piena come mai, e un brivido mi percorreva la schiena. Anna mi guardava orgogliosa al momento della presentazione delle squadre.
Io guardavo Daniela.
Il mister rimaneva negli spogliatoi durante la presentazione. Per scaramanzia, diceva lui. Poi entrava in vasca e ci toccava tutti sul petto come adesso fa Cuper che secondo me l’ha copiato da lui.
Iniziai in panchina.
Ma non per scarsa fiducia. Il mister diceva che sentivo la gara, come lui, e che quindi dovevo cominciare in panchina. Diceva che per questo ero il suo preferito. Pronti via. Partiti. Giocammo con Cusimano in porta, Farruggia difensore centrale, Sannasardo e Bui larghi, Lo Piccolo e Caruso mezze ali, e Anello centroboa.
Che forza che era Anello.
Aveva la nostra età ma sembrava lo zio di tutti noi. Cento chili per un metro e ottantacinque. Lo chiamavamo l’uomo bomba. Sempre generoso con tutti, era il nostro allenatore in campo, la nostra guida. Forse era il nostro vero allenatore. Anche lui diceva che io ero il suo preferito. A pensarci adesso per essere il preferito del mister vero e di quello nominale, giocavo un po’ troppo poco. Sarà che sentivo troppo la partita, e che contemporaneamente non gli attribuivo molta importanza. Fatto sta che la vedevo spesso da fuori.
Quel giorno però entrai presto in acqua. Lo ricordo perché Sannasardo si fece male al secondo tempo, e con una pacca più robusta del solito, il mister mi scaraventò in acqua.
Vorrei potere raccontare per filo e per segno la cronaca della partita, avvincente e tirata come non mai. Mi piacerebbe descrivere con cura le azioni, i gol fatti e quelli mancati, il tifo del pubblico e gli incitamenti di Anna dalla tribuna. Ma la memoria fa degli strani scherzi. Elimina alcuni ricordi e ne lascia solo altri. Forse per fare spazio, non so. Fatto sta che di quella finale ricordo con chiarezza solo il tabellone luminoso e il tempo restante alla sirena finale: 00:18.
Ovvero zero minuti e diciotto secondi al termine dell’incontro. Buffo, no? Ventotto minuti di tempo effettivo di gioco, lotte corpo a corpo, tiri, recuperi, schemi e un solo numero memorizzato: zero zero diciotto.
Credo che mi sia rimasto in mente perché Cusimano mi diede la palla mentre io ero in piena controfuga. Nessuno davanti, solo il portiere avversario e la palla. E anche il tabellone luminoso col punteggio e i secondi residui. Otto a nove il punteggio, ventisette i secondi al termine. Pareggio e divento l’eroe della giornata.
La tribuna è in piedi, come un sol uomo.
Io però non sento nessuno, come se avessero tolto l’audio.
Ventisei.
Testa alta e sangue freddo.
Venticinque.
Devo guardare il portiere.
Ventiquattro.
Palombella o due finte e tiro forte?
Ventitre.
E Anna mi starà guardando?
Ventidue.
Magari anche Daniela, chissà.
Ventuno.
Mi giro. Non c’è nessuno nei paraggi.
Venti.
Porta piccolissima e portiere enorme, siamo alle solite.
Diciannove.
Mi alzo sull’acqua e finto il tiro.
E’ incredibile quanto possa durare un secondo. In quel momento capii a cosa si riferiscono quando ti dicono che la vita ti passa davanti in un attimo. Chissà perché pensai a mio padre, al mio mister che piangeva pensando al figlio rumeno, al mio professore delle medie che mi faceva mettere in ginocchio dietro la lavagna.
Quello stronzo.
E tu, portiere, gli somigli un po’.
Adesso pagherai anche per lui. Palombella calibrata e ti faccio pentire di avere intrapreso questa carriera. Ti darai ai videogames, te lo giuro sulle tette di Daniela.
Diciotto.
Il gol a palombella quando riesce è una piccola opera d’arte. Tiene in sospeso il pubblico che segue la traiettoria lentissima accompagnandola con lo sguardo verso il suo trionfale obiettivo. E non fa rumore, solo un flop appena accennato, dolce e musicale.
Beccati questa, maledetto!
La traiettoria è buona, lo sento. Lo stronzo è superato e adesso sentirò venir giù la tribuna.
Ecco: scendi scendi scendi scendi.
Non flop, ma bonk.
No, bonk no!
La parte superiore della traversa e poi fuori.
Zero zero diciotto e otto a nove.
Infilo la testa sott’acqua e torno nella mia metà campo. Non voglio vedere nessuno.
Si può uscire da sott’acqua, come ad Acireale?
Abbiamo perduto, e l’occasione di diventare eroe per un giorno è finita sulla traversa.
Abbiamo perduto la finale, ma oggi io sono un discreto avvocato, Anello allena in serie A e Daniela…. ma queste sono altre storie.